Sono trascorsi mille giorni dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, che ha dato inizio alla guerra nella Striscia di Gaza. Da allora il conflitto ha provocato una profonda crisi umanitaria, cambiato gli equilibri in Medio Oriente e lasciato irrisolte le principali questioni politiche sul futuro dell’enclave palestinese. Secondo quanto riportato da Associated Press, nonostante il calo dell’intensità dei combattimenti rispetto ai primi mesi della guerra, Gaza continua a vivere una situazione di estrema fragilità, mentre i negoziati per una soluzione duratura procedono con difficoltà.

A mille giorni dall’inizio del conflitto, la popolazione civile continua a essere quella che paga il prezzo più alto. Interi quartieri sono stati distrutti, gran parte delle infrastrutture è gravemente danneggiata e centinaia di migliaia di persone vivono ancora lontano dalle proprie case. La ricostruzione procede molto lentamente e la maggior parte degli abitanti della Striscia continua a dipendere dagli aiuti umanitari per soddisfare i bisogni essenziali.

Ricostruzione ferma e stallo politico

Oltre ai danni materiali, resta aperta la questione del futuro politico di Gaza. Non esiste ancora un accordo su chi dovrà amministrare la Striscia una volta conclusa definitivamente la guerra. Questo stallo continuerà a rallentare anche i paini per la ricostruzione e il ritorno alla normalità.

In questo contesto si inserisce il Board of Peace, l’organismo creato per coordinare la fase di ricostruzione e sostenere la ripresa del territorio. Tuttavia, il progetto ha registrato finora progressi limitati. L’assenza di un’intesa politica e le divergenze sul futuro assetto di Gaza continuano infatti a ostacolare l’avvio di un piano strutturato di ricostruzione e il pieno utilizzo degli aiuti internazionali destinati alla Striscia.

Lo stallo riguarda anche il negoziato più ampio tra le parti. Restano infatti aperte questioni fondamentali, tra cui il rilascio degli ostaggi ancora detenuti, le garanzie di sicurezza richieste da Israele e la definizione di una governance stabile per Gaza dopo il conflitto.

Il peso della guerra sui bambini

Tra le conseguenze più gravi della guerra vi sono quelle che colpiscono i più piccoli. In occasione dei mille giorni dall’inizio del conflitto, Save the Children ha diffuso un appello ricordando che un’intera generazione di bambini è cresciuta tra bombardamenti, sfollamenti e privazioni.

Secondo l’organizzazione, molti minori hanno perso familiari, amici e punti di riferimento, mentre l’accesso all’istruzione, all’assistenza sanitaria e ai servizi di supporto psicologico resta fortemente compromesso. Nelle testimonianze raccolte da Save the Children, i bambini raccontano di desiderare soprattutto una casa, la possibilità di tornare a scuola e una vita lontana dalla guerra.

L’organizzazione sottolinea inoltre che le conseguenze del conflitto rischiano di accompagnare questi bambini per molti anni, anche quando le ostilità saranno terminate. Per questo rinnova l’appello alla comunità internazionale affinché venga garantito un accesso continuo agli aiuti umanitari e siano adottate misure concrete per proteggere i minori e favorire la loro ripresa.

Una guerra senza una vera conclusione

I mille giorni di conflitto rappresentano il simbolo di un conflitto che, pur attraversando fasi diverse, non ha ancora trovato una situazione politica. L’assenza di un accordo sul futuro della Striscia, ribadisce Associated Press, continua a ritardare il ritorno a una situazione di stabilità.

La guerra ha modificato profondamente gli equilibri della regione e continua a influenzare il lavoro della diplomazia internazionale. Senza un’intesa condivisa sulla governance di Gaza e senza un piano concreto per la ricostruzione, il rischio è che la crisi umanitaria si prolunghi ancora, lasciando milioni di persone in una condizione di estrema vulnerabilità.

Articolo scritto da Martina Bertucci

 

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